Il ritardo accumulato dal Bond Yield
- 22/05/2026
Ne parlano ormai tutti: ci si è accorti, mentre si prefigurava un imminente bear market azionario, che la bolla si collocava altrove. Dopo quarant'anni di rialzi, le quotazioni dei titoli di Stato hanno svoltato verso il basso ad inizio decennio, ma soltanto ora si osserva la risalita degli yield non più con quell'autocompiacimento degli anni recenti, ma con un "pizzico" di preoccupazione: va bene ottenere una maggiore remunerazione, ma la risalita dei rendimenti per l'investitore tipo dovrebbe cessare subito dopo aver inserito il bond governativo in portafoglio.
E invece l'ispessimento dello yield prosegue senza soluzione di continuità. Chi ha bloccato un certo rendimento, osserva con disappunto che avrebbe potuto vincolare una remunerazione maggiore pluriennale se solo avesse temporeggiato, se non avesse ascoltato i proclami di convenienza del reddito fisso, di opportunità storica dopo aver visto un Bund rendere meno di zero percento. Come se fosse scontato e garantito il ritorno al 2019 e agli spensierati anni precedenti. E nel frattempo le minusvalenze si accumulano.
Naturalmente i tassi di interesse possono salire per "buoni motivi" o per "cattive ragioni". Un aumento dell'inflazione rilevata, o percepita, spinge i creditori a chiedere un maggiore premio per il rischio. Nelle settimane recenti però a crescere è risultata soprattutto la componente reale: gli yield salgono perché aumenta la domanda di denaro, perché insomma l'economia reale va bene.
Il discorso è generalizzato: ad aprile ben 16 economie al mondo su 17 vantavano un Composite Leading Indicator in crescita rispetto ad un anno fa. E l'indice di diffusione è praticamente sui massimi già dalla fine del 2025. Così, mentre molti prefiguravano una imminente catastrofica recessione, l'economia mondiale viaggiava a pieni cilindri.
Questo funge da traino irresistibile per i rendimenti dei titoli di Stato. Il Diffusion Index (linea azzurra, scala di destra) manifesta una evidente correlazione con la variazione annuale del rendimento del T-Note decennale americano (linea rossa, scala di sinistra). Il dato risulta visibilmente attardato, pur dopo la recente risalita.
Idealmente, lo scostamento rispetto ad un anno fa dovrebbe risultare di un paio di punti percentuali, in luogo dei 22bps registrati alla fine di aprile. In teoria, non sarebbe scandaloso se il Treasury USA rendesse più del 6.0% sui dieci anni. Magari le autorità interverranno prima. Magari in riallineamento avverrà in guisa mista, con l'indice di diffusione che ad un certo punto convergerà verso il basso.
Resta il fatto che, allo stato attuale, è comprensibilissima la vulnerabilità del reddito fisso. La posizione ufficiale di AGE Italia su questo fronte è di deciso sottopeso (non è un mistero che l'asset allocation negli ultimi tre anni e mezzo abbia privilegiato il mercato azionario, con una esposizione media in Equity del 66%), con una preferenza per le duration brevi per la componente minoritaria del portafoglio ideale e per chi disponesse di un mandato esclusivo sul mercato obbligazionario.