Ma sarebbe proprio necessario aumentare i tassi?
- 25/03/2026
Il processo di riduzione del costo del denaro ha conosciuto un severo stop dall'inizio del mese, in concomitanza con lo scoppio delle ostilità nel Golfo Persico, che hanno scatenato timori di inflazione da materie prime nel mondo occidentale ad elevata intensità energetica. Il precedente del 2022 è minaccioso ma non del tutto fondato: allora l'inflazione fu soprattutto il risultato di un boom della domanda alimentata dai generosi sussidi fiscali. Oggi lo shock è perlopiù dal lato dell'offerta. E non si vede perché mai aumentare i tassi di interesse, con un potere d'acquisto che già sarebbe penalizzato dall'aumento della bolletta energetica.
C'è un'altra considerazione da fare: ha già provveduto il mercato a restringere le condizioni finanziarie complessive, ancor prima che la Federal Reserve inizi a pensare di aumentare il costo ufficiale del denaro.
Il Financial Conditions Index è in risalita verticale dalla fine di febbraio. Di fatto, è come se il mercato avesse già provveduto ad aumentare il policy rate di non meno di 50 punti base. In effetti il divario che si era generato con gli ultimi tagli del Fed Funds rate, si è andato vistosamente riducendo, e l'evidenza di una politica monetaria divenuta d'un tratto ultra-accomodante, è venuta decisamente meno.
Questo perlomeno assegna alle autorità monetarie il tempo necessario per valutare la portata della minaccia geopolitica. Si capisce che se l'aumento delle fonti di energia si dovesse propagare ad altre materie prime, generando rinnovate rivendicazioni salariali, la spirale inflazionistica che così si verrebbe a determinare, indurrebbe un atteggiamento meno pragmatico.
Ma anche su questo fronte, c'è da dire che un mercato del lavoro "imbarazzato", con una ridotta capacità di generare nuovi posti di lavoro, assegna poco potere negoziale ai fornitori di prestazioni lavorative, ragion per cui difficilmente assisteremo nell'immediato al deflagrare di una spirale prezzi-salari.