Una relazione intermarket ritrovata
- 14/07/2026
Per alcuni anni l'oro ha disatteso la più antica e comprovata relazione: quella con i tassi di interesse. Essendo per definizione un asset che non corrisponde cedole o prevede alcuna forma di remunerazione periodica, il metallo giallo risente relativamente quando la principale alternativa offerta dai titoli di Stato, vede aumentare il proprio rendimento. Sicché le quotazioni cresceranno in un contesto di tassi calanti, e caleranno nell'ipotesi contraria. Questo, naturalmente, a parità di altre condizioni.
La correlazione inversa si manifesta in modo particolare con riferimento ai tassi depurati dall'inflazione. Ma dopo l'invasione russa dell'Ucraina nel 2022, questo collaudato rapporto si è inceppato. L'impiego delle riserve ufficiali come "arma" ha spinto le banche centrali - in special modo quelle delle economie emergenti e di quelle con qualche conflitto con il mondo occidentale - a diversificare nell'unico asset non confiscabile.
Ragion per cui abbiamo visto le quotazioni del gold crescere, anche con l'aumento del real yield del T-Note decennale americano. Ma dall'inizio dell'anno la relazione è tornata agli antichi fasti.
Negli ultimi sei mesi la crescente affermazione della reazione ucraina all'invasione di Mosca hanno ingenerato la crescente convinzione che il conflitto stia giungendo ad epilogo. Il venir meno del fattore bellico ha ripristinato l'antica relazione, con le quotazioni dell'oro inversamente sensibili all'andamento dei tassi di interesse: prima l'ulteriore calo del real yield, poi l'impennata dei medesimi (linea nera, scala di destra rovesciata nella figura in alto) hanno alfine persuaso gli operatori a sbarazzarsi dei metalli preziosi, preferendo la più affidabile remunerazione offerta ora dal reddito fisso.
Ragion per cui, sempre a parità di condizioni, il gold tornerà ad essere appetibile nel momento in cui i rendimenti al netto dell'inflazione dovessero tornare ad orientarsi verso il basso. Non prima.